“Parlare di privilegi per il nostro territorio sul tema della mobilità appare sinceramente paradossale”. Con queste parole il sindaco di Meta, Giuseppe Tito, ha replicato via Facebook alle dichiarazioni dell’onorevole Mara Carfagna sulle fermate dei treni direttissimi in Penisola Sorrentina.

Nel post, Tito parla “in rappresentanza del Comune di Meta e raccogliendo le preoccupazioni degli operatori economici”. Sostiene che la Penisola non ha ricevuto trattamenti di favore: vive invece “una condizione oggettivamente particolare e più complessa”, senza uscite autostradali né una seconda linea ferroviaria alternativa alla Circumvesuviana. Le corse direttissime introdotte due anni fa durante l’emergenza EAV, scrive, furono “una misura straordinaria e necessaria” per evitare l’isolamento. Chiude con il solito appello: “Oggi più che mai serve uno sforzo comune. Insieme all’assessore Casillo e a tutte le istituzioni coinvolte bisogna lavorare per voltare finalmente pagina”.

Il copione si ripete: dichiarazioni senza fatti concreti. Le argomentazioni sono corrette. Il problema è che restano dichiarazioni. Da 24 mesi la “misura straordinaria” dei direttissimi è diventata ordinaria perché manca un piano strutturale. Dov’è il progetto depositato in Regione? Dove sono le richieste di finanziamento al Ministero? Dove sono i bandi? Un post su Facebook non è un atto amministrativo. Non aggiunge una corsa. Non sposta un pendolare. Mentre si risponde alla Carfagna sui “presunti privilegi”, studenti e lavoratori perdono ore su un binario unico degli anni ’30. La regia dietro le quinte: il peso di Atex. E qui serve una nota di metodo. Troppo spesso il dibattito pubblico locale sembra seguire un copione già scritto. Atex, l’associazione turismo extralberghiera, è diventata negli anni il principale megafono degli operatori del settore. Legittimo. Il punto è un altro: quando le istanze di una singola categoria finiscono per dettare linea e lessico alla politica, il rischio è che l’interesse generale passi in secondo piano. Dagli “sforzi comuni” alle “misure straordinarie”, fino alle “narrazioni sbagliate”: i comunicati dei sindaci iniziano a somigliarsi tutti. Le risposte politiche diventano prevedibili, tarate sulle esigenze di chi fa accoglienza, mentre il pendolare che prende la Circumvesuviana alle 6 del mattino fatica a ritrovare i suoi problemi nei post istituzionali. Non è un attacco ad Atex, che fa il suo mestiere di tutela della categoria. È un richiamo alla politica: governare un territorio non significa fare da cassa di risonanza a un’associazione, per quanto rappresentativa. Significa mediare tra turismo, residenza, lavoro e scuola. E intanto i treni non passano.

L’occasione sprecata: la Carta d’Amalfi. Eppure uno strumento c’è. Si chiama Carta d’Amalfi: protocollo firmato da tutti i Comuni della Costiera e della Penisola per una governance unitaria della mobilità. Prevede coordinamento su trasporto pubblico, flussi turistici, intermodalità mare-ferro-gomma. Perché non viene usata? Perché Meta e gli altri Comuni della penisola non si presentano in Regione con quel documento e un piano condiviso? Sarebbe quella la vera “misura straordinaria”: trasformare una firma in cantieri finanziati. Invece la Carta d’Amalfi è buona per i convegni. L’ennesima occasione sprecata mentre si litiga sui social con testi che sembrano suggeriti dalla stessa cabina di regia.
Dal vittimismo alla programmazione. Dire “non abbiamo privilegi” è difendersi. Governare è attaccare i problemi. La Penisola è isolata, vero. Ma quale opera concreta è stata avviata? Quale progetto esecutivo è arrivato sul tavolo di Casillo invece di aspettare l’ennesima emergenza EAV? Cosa servirebbe, subito. 1. Stop ai comunicati. Si passi ai fatti. La linea politica non può coincidere con quella di un’associazione di categoria. 2. Riesumare la Carta d’Amalfi e aggiornarla con 3 priorità 2026-2028, scritte con residenti e pendolari, non solo con gli operatori. 3. Documento unico della Penisola: interventi, costi, tempi, coperture. Firmato da tutti i sindaci. 4. Tavolo con Regione, EAV e Ministero per portare quel documento, non l’ennesimo post.
I “doveri di intervenire” valgono zero se non diventano doveri di deliberare. I proclami non comprano un treno. Le delibere, i progetti esecutivi e le ruspe sì. La mobilità non si governa con la mediazione tra social e associazioni. Si governa con gli atti. Di narrazione, la Penisola è già piena.
