Gli arresti legati al centro sociale Askatasuna non sono un episodio isolato né un fulmine a ciel sereno. Sono, piuttosto, l’ennesima manifestazione di una frattura che attraversa da anni il tessuto sociale italiano: una frattura fatta di marginalità, identità fragili, appartenenze precarie e un crescente scollamento tra politica e società. Le storie delle persone fermate, spesso giovani adulti con percorsi irregolari, vite segnate da precarietà economica e relazionale, oppure da un bisogno di riconoscimento che non trova sbocchi nei canali tradizionali, raccontano un disagio che non può essere ridotto a semplice devianza. È un disagio che la politica ha smesso da tempo di intercettare, lasciando spazio a contesti che si presentano come comunità alternative, ma che talvolta finiscono per trasformarsi in incubatori di radicalizzazione. Per comprendere ciò che è accaduto attorno ad Askatasuna, occorre guardare oltre la cronaca. I centri sociali, nati negli anni Ottanta come risposta alla crisi dei partiti e alla mancanza di spazi per i giovani, hanno rappresentato per decenni un laboratorio politico e culturale. In molti casi hanno svolto un ruolo positivo: luoghi di aggregazione, produzione culturale, mutualismo. Ma in altri casi, e Askatasuna rientra in questa seconda categoria, si sono trasformati in spazi dove la militanza si irrigidisce, dove il conflitto diventa identità, dove la politica smette di essere confronto e diventa appartenenza totalizzante. Non è un fenomeno nuovo. La sociologia dei movimenti radicali lo descrive da tempo: quando la politica istituzionale perde capacità di rappresentanza, quando il discorso pubblico si impoverisce, quando il disagio sociale non trova risposte, emergono forme di attivismo che si nutrono di rabbia e di contrapposizione. È un meccanismo che attraversa tutto lo spettro ideologico. Non riguarda solo la sinistra antagonista, ma anche la destra radicale, i movimenti complottisti, le derive identitarie. Cambiano i simboli, non la dinamica. Ed è qui che entra in gioco la responsabilità della politica. Una responsabilità che non è né di destra né di sinistra, ma trasversale. Negli ultimi anni la politica ha progressivamente rinunciato al proprio ruolo culturale: quello di educare, filtrare, orientare. Ha preferito inseguire il consenso immediato, amplificare il malessere invece di comprenderlo, presenziare invece di formare. In alcuni casi ha persino legittimato contesti borderline, scambiando la vicinanza per inclusione, la presenza per ascolto. Quando la politica abdica a questo ruolo, altri spazi si incaricano di colmare il vuoto. Spazi che offrono identità, appartenenza, un linguaggio semplice e polarizzante. Spazi che intercettano fragilità personali e le trasformano in militanza cieca. Spazi che, come dimostrano gli arresti di questi giorni, possono diventare terreno fertile per comportamenti che travalicano il dissenso e sconfinano nella violenza organizzata. Condannare ciò che è accaduto ad Askatasuna non significa colpire un’area politica. Significa difendere un principio democratico fondamentale: la politica deve mantenere un livello culturale adeguato, capace di prevenire, non di alimentare, le derive radicali. Significa ricordare che la democrazia non vive di slogan, ma di responsabilità. E che chi ricopre un ruolo pubblico non può permettersi ambiguità, né può prestare il proprio nome o la propria immagine a contesti che mostrano segnali evidenti di radicalizzazione. La condanna, però, non basta. Serve una politica che torni a essere presidio culturale, non megafono di tensioni. Una politica che sappia distinguere tra dissenso legittimo e violenza, tra partecipazione e manipolazione, tra fragilità individuali e strumentalizzazioni collettive. Una politica che non insegua il disagio, ma lo comprenda; che non si limiti a occupare spazi, ma li qualifichi; che non cerchi consenso facile, ma costruisca cittadinanza. Gli episodi legati ad Askatasuna non nascono nel vuoto. Nascono in un Paese dove la precarietà economica si intreccia con quella identitaria, dove la solitudine sociale cresce, dove la politica ha smesso di essere un luogo di formazione e si è ridotta a un’arena di scontro permanente. Ricostruire un tessuto democratico solido richiede tempo, competenza e coraggio. Ma soprattutto richiede una politica che torni a essere all’altezza del proprio compito: non alimentare le fragilità, ma trasformarle in partecipazione consapevole. Solo così episodi come quelli di Askatasuna potranno diventare un monito, non un presagio. C’è, infine, un elemento che rende questa vicenda ancora più difficile da accettare. Una parte di coloro che negli anni ha frequentato, sostenuto o legittimato quegli ambienti ha reagito agli eventi puntando il dito altrove, come se le responsabilità fossero sempre esterne, sempre di altri. È un riflesso che rivela un limite culturale profondo: l’incapacità di riconoscere che la presenza politica, anche quando motivata da ideali o da solidarietà, può contribuire a rafforzare contesti già segnati da tensioni e derive pericolose. Eppure, ciò che è accaduto non è un dettaglio. Le scelte compiute, le presenze rivendicate, le ambiguità coltivate hanno finito per mettere a rischio la sicurezza dei cittadini e hanno contribuito a un’escalation che ha ferito una città come Torino, lasciando dietro di sé danni materiali, paura e un senso diffuso di vulnerabilità. Di fronte a tutto questo, non basta accusare altri attori o cercare alibi: la politica deve assumersi la responsabilità culturale delle proprie azioni, delle proprie parole e dei contesti che decide di frequentare. Perché una democrazia matura non si misura dalla capacità di condannare dopo i fatti, ma dalla capacità di prevenirli attraverso comportamenti coerenti, scelte consapevoli e un livello culturale all’altezza del ruolo che si ricopre.
