All’inizio sembrava solo rumore di fondo: qualche striscione, qualche assemblea, qualche corteo. Normale dialettica democratica. Poi, lentamente, qualcosa si è incrinato. Le proteste si sono fatte più dure, più nervose, più imprevedibili. E il confine tra dissenso e violenza ha iniziato a sfumare. È ancora buio quando i tecnici di RFI arrivano lungo la linea ferroviaria. L’odore di bruciato è forte, acre. Un ordigno artigianale ha incendiato i cavi di segnalazione. Le luci rosse dei lampeggianti illuminano la scena come in un film, ma qui non c’è finzione: ci sono pendolari bloccati, treni fermi, un’intera rete che si inceppa. Un ferroviere, con la voce ancora scossa, racconta: “Non è una bravata. Chi mette fuoco ai binari sa benissimo cosa rischia di provocare. Qui si parla di vite umane.” Intanto, sui tabelloni delle stazioni, i ritardi si moltiplicano come una cascata. E migliaia di persone, che non c’entrano nulla con le Olimpiadi, pagano il prezzo di un gesto che non ha nulla della protesta civile. A Bologna, la tensione non si spegne. Nel pomeriggio, un corteo annunciato come “pacifico” si trasforma in un’altra cosa: cassonetti rovesciati, fumogeni, vetrine colpite, strade chiuse. I commercianti abbassano le saracinesche in fretta, come se una tempesta stesse arrivando. Una barista del centro storico, con le mani ancora tremanti, dice: “Io non so nulla delle Olimpiadi, ma so che ieri ho avuto paura. E non è giusto.” La piazza diventa un campo di battaglia improvvisato. E mentre i manifestanti più pacifici si disperdono, restano solo i gruppi più radicali, quelli che cercano lo scontro, quelli che non vogliono dialogare ma incendiare. A centinaia di chilometri di distanza, la tensione assume un’altra forma. La pista da bob, simbolo di un progetto discusso, è diventata un luogo dove ogni giorno può succedere qualcosa. Un operaio racconta, guardandosi attorno come se temesse di essere ascoltato: “Non è un grande sabotaggio. Sono mille piccoli colpi. Un cavo tagliato, un macchinario bloccato, una segnalazione anonima che ferma tutto. È logoramento.” Il cantiere vive in un equilibrio fragile, sospeso tra chi vuole lavorare e chi vuole fermare tutto. E intanto i residenti convivono con rumori, deviazioni, polvere, promesse che sembrano sempre più lontane. La verità è che questi episodi non sono più protesta. Non sono più dissenso. Non sono più partecipazione. Sono atti che colpiscono l’Italia e gli italiani. – Colpiscono chi prende il treno per andare a lavorare. – Colpiscono chi vive nelle città trasformate in zone di scontro. – Colpiscono chi lavora nei cantieri sotto pressione. – Colpiscono chi vorrebbe discutere, ma si ritrova schiacciato tra estremismi opposti. E soprattutto colpiscono la fiducia: quella che un Paese ha nelle sue istituzioni, nei suoi progetti, nella sua capacità di costruire qualcosa insieme. Si può criticare un’opera. Si può contestare una scelta politica. Si può manifestare, protestare, dissentire. Ma incendiare linee ferroviarie, bloccare infrastrutture strategiche, trasformare le città in scenari di guerriglia non è difesa del territorio: è un attacco alla collettività. E allora la domanda, inevitabile, resta sospesa nell’aria: A chi giova tutto questo? E soprattutto: chi sta pagando davvero il prezzo di questa escalation?

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