Analisi di Giovanni Cannella. Il referendum sul disegno di legge costituzionale sulla giustizia riguarda la giustizia nel suo insieme e non, o non solo, come appare nei media, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. La vittoria del SI avrebbe effetti dirompenti sull’intera giustizia, non solo penale ma anche civile, e il referendum riguarda quindi i diritti di tutti i cittadini, che non dovrebbero fare l’errore di sottovalutarlo, pensando che non si raggiungerà il quorum, perché in questo caso non occorre alcun quorum (si vince con un voto in più, a prescindere dal numero dei votanti). Il referendum non coinvolge solo la giustizia, ma la democrazia nel suo complesso, che rischia di essere notevolmente indebolita se vincessero i SI. Nel disegno di legge costituzionale non c’è una riforma della giustizia diretta a rendere i processi più veloci, a rendere più facile l’accesso alla giustizia, a tutelare meglio i diritti dei cittadini. Non c’è neppure, se non marginalmente, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, nonostante quello che si dice. Perché la separazione c’è già oggi anche a seguito della riforma Cartabia del 2022, che consente il passaggio una sola volta e solo cambiando Regione. Quindi passare da una carriera all’altra è difficilissimo, tanto che negli ultimi 5 anni la percentuale media dei passaggi è stata pari allo 0,31%.  Non è la separazione delle carriere lo scopo di questa riforma. Si discute molto sul rischio della sottoposizione del Pm all’esecutivo. Il Governo nega che quella sia la sua intenzione, ma sta di fatto che, in tutti gli Stati in cui la separazione è prevista, il Pm dipende dall’esecutivo. E in Italia con la riforma del 2006 l’organizzazione delle Procure è già stata modificata in senso gerarchico e quindi sarebbe agevole da parte dell’esecutivo controllare tutti i Pm, controllando i vertici. Un Pm dipendente dall’esecutivo renderebbe i cittadini più esposti alle ingiustizie. È facile prevedere che i Pm perseguirebbero solo i reati che non diano fastidio al Governo in carica, non colpirebbero i politici, almeno quelli ad esso fedeli, mentre potrebbero essere usati come strumento contro le opposizioni, e si indirizzerebbero verso i reati che il Governo di turno riterrà più importanti, evitando di toccare i poteri economici e i colletti bianchi, conformati alla politica governativa. Il nostro non è un sistema accusatorio puro, bensì un sistema misto, tanto che la legge prevede che il Pm abbia l’obbligo di cercare le prove non solo contro l’imputato, ma anche a favore, di cercare in sostanza la verità nell’interesse della giustizia. Ma un Pm completamente separato dalla giurisdizione si allontanerebbe inevitabilmente dalla ricerca della verità, cercando di raggiungere con ogni mezzo la realizzazione della politica penale, sua o dell’esecutivo. Ci rimetterebbe anche la qualità e l’efficienza della giustizia penale, perché la ricerca del risultato ad ogni costo (senza tener conto degli elementi probatori contrari) si scontrerebbe con la successiva verifica del giudice, che potrebbe vanificare attività investigative anche lunghe e costose. Ma, il vero obiettivo della riforma è un altro e lo hanno confessato candidamente molti esponenti della destra (lo stesso ministro Nordio in un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato che la riforma “fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale” e “quello spazio colmato dalla magistratura”). Il Governo in carica è apertamente insofferente nei confronti della pretesa invadenza della magistratura che, ad esempio, per i migranti in Albania o per il Ponte sullo Stretto, ha riscontrato gravi irregolarità dell’azione governativa. Quindi l’obiettivo della riforma è quello di rendere i magistrati inoffensivi, attraverso la riduzione della loro autonomia e indipendenza. Il fulcro della riforma costituzionale proposta non è affatto la separazione delle carriere, ma l’attacco al Consiglio superiore della magistratura e quindi all’indipendenza e all’autonomia della magistratura, ritenuta eccessiva, proprio perché disturba troppo il manovratore. La riforma riduce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Attaccando il Csm, la riforma incide sull’autonomia e indipendenza della magistratura. In primo luogo, con la falsa giustificazione di voler separare le carriere, la riforma spacca il Csm in due parti: un Csm per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Ed è già evidente che due Csm saranno più deboli di uno solo, riducendo l’impatto ad esempio dei pareri espressi oggi dal Csm sui temi fondamentali della giustizia e sulle riforme governative in materia, ma anche complicando inesorabilmente i programmi relativi all’andamento della giustizia. Ma l’attacco non si ferma qui. La riforma prevede che i componenti dei due Csm non saranno più eletti, bensì sorteggiati tra tutti i magistrati. Quella del sorteggio è una modalità abnorme, che non è prevista con riferimento a nessun organo costituzionale in nessuna Costituzione del mondo e crea un’ingiustificata discriminazione con riferimento ad altre categorie, come quella degli avvocati, che eleggono i propri rappresentanti negli ordini di categoria e negli organi disciplinari. Anche l’Unione Camere penali, che rappresenta gli avvocati penalisti, oggi favorevole alla riforma, nel 2019 riteneva il sorteggio “un’umiliazione delle regole democratiche e dei principi costituzionali sull’elettorato attivo e passivo”. L’eliminazione della rappresentanza elettiva sulla base di liste e la loro sostituzione con il sorteggio distruggerebbe questo sistema, favorendo centri di potere nascosti e l’assoluta imprevedibilità delle scelte dei sorteggiati, non più maturate attraverso la discussione, i seminari e i documenti delle singole correnti. Ma la riforma spinge la spaccatura del Csm ancora più in là, prevedendo un terzo organo costituzionale separato e cioè l’Alta Corte disciplinare. Anche per questo organo la riforma prevede il sorteggio per i rappresentanti dei magistrati, ma con la limitazione di almeno vent’anni di anzianità e di svolgere o di aver svolto funzioni di legittimità, cioè funzioni di giudice o Pm in cassazione. Tale limitazione costituisce un ulteriore vulnus all’autonomia e indipendenza dei magistrati, che riporta la magistratura indietro di 60 anni, quando aveva ancora una struttura gerarchica, residuo del fascismo, sostanzialmente controllata dai magistrati di cassazione, all’epoca più facilmente controllabili ed asserviti al governo di turno, in contrasto con il principio costituzionale in base al quale i “magistrati si distinguono tra loro solo per diversità di funzioni”. La presenza nell’Alta Corte solo di magistrati di cassazione, e non di primo grado ed appello, oltre a far mancare la conoscenza più diretta dei problemi e delle modalità di lavoro degli uffici giudiziari minori, rischia di condizionare l’intera magistratura, spingendo verso il conformismo giudiziario e dei comportamenti, a danno dei diritti dei cittadini, che spesso trovano spinta e realizzazione negli uffici giudiziari di merito. Con riferimento all’Alta Corte i promotori della riforma sostengono che occorreva formare un organo distinto per gli aspetti disciplinari e indebolire la presenza dei magistrati, per rendere l’azione disciplinare più efficace e severa, e cioè meno domestica, non condizionata dalla corporazione. Ma, ancora una volta, il vero scopo è la riduzione dell’autonomia e dell’indipendenza, perché l’attuale funzionamento della sezione disciplinare non giustifica alcuna riforma, potendo vantare un numero di condanne superiore agli altri ordini professionali e alle magistrature di ogni altra parte del mondo. Qualcuno potrebbe chiedere retoricamente se la politica è altrettanto severa nel sanzionare gli scandali e gli abusi dei suoi membri. La vittoria dei SI inciderebbe quindi sull’indipendenza e autonomia della magistratura, provocando lo sconvolgimento dell’attuale assetto costituzionale, che si basa sul delicato equilibrio tra i poteri dello Stato e, in particolare, sulla forza dei contropoteri al potere esecutivo per evitare il ritorno ad un regime autoritario. Lo sconvolgimento risulta ancora più grave perché la riforma, se vincessero i SI, comporterebbe un salto nel buio, in quanto la stessa presenta molte incognite in ordine al risultato finale dell’assetto della giustizia, come il numero dei componenti togati dei due Consigli, le procedure da adottare per il loro sorteggio, le modalità di votazione in Parlamento dell’elenco dei membri laici dei due Consigli, le maggioranze richieste, il numero degli eletti (se fossero pochi il sorteggio rileverebbe poco). Ancora più pericolose le incognite relative all’Alta Corte, perché, ad esempio, non si sa neppure come saranno composti i singoli collegi giudicanti, che potrebbero in teoria essere formati senza alcun magistrato, con conseguente estremo condizionamento della politica sull’attività dei magistrati, in barba alla separazione dei poteri. In sostanza gli elettori saranno chiamati a votare per il SI o per il NO, senza conoscere l’effettivo assetto della giustizia all’esito finale della riforma, che la maggioranza di turno potrà definire e modificare a suo piacimento. In conclusione, la riforma è diretta a ridurre l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e quindi ad indebolire il controllo di legalità degli atti dell’esecutivo proprio dello Stato di diritto costituzionale. Ma è proprio necessario questo controllo o sarebbe meglio che il Governo in carica possa decidere liberamente quello che vuole? Bisognerebbe chiederlo a quei cittadini che si scontrano con i poteri forti economici e politici, protetti dal Governo di turno, che non riescono a far valere i propri diritti nei confronti di grosse aziende, pubbliche o private (aziende sanitarie, imprese produttive controllate dal governo o multinazionali da non infastidire), che subiscono abusi dalle autorità (vedi caso Cucchi o G8 di Genova), che vengono licenziati o sanzionati ingiustamente da datori di lavoro che godono di coperture politiche, che subiscono infortuni sul lavoro senza che ne rispondano le grosse imprese committenti, anche pubbliche o all’apice del tanto magnificato made in italy, che assistono impotenti all’inquinamento del territorio, dell’aria e del cibo. E così via. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei magistrati, ma attribuisce loro la forza sufficiente ad obbligare tutti, compresi i più forti, i più ricchi, i più influenti, a rispettare le leggi, a vantaggio di tutti i cittadini, soprattutto dei più deboli, poveri, indifesi, svantaggiati. Votare NO, quindi, non serve ai magistrati, ma a tutti i cittadini

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