Tra ferite ancora aperte, scandali che hanno incrinato la fiducia e un sistema che da troppo tempo chiede di essere riformato, il referendum del 2026 è l’occasione per restituire credibilità a uno dei pilastri della nostra democrazia. Ci sono momenti in cui un Paese è chiamato a guardarsi allo specchio e a riconoscere ciò che non funziona più. Il referendum sulla giustizia del 2026 è uno di quei momenti. Non è un voto tecnico, non è un dettaglio istituzionale: è un passaggio che riguarda la fiducia, la trasparenza, la credibilità dello Stato. Il Sì nasce da qui. Non da un’appartenenza politica, non da un riflesso ideologico. Nasce dalla convinzione che una giustizia che non è percepita come imparziale smette di essere giustizia. L’Italia ha conosciuto storie che hanno lasciato cicatrici profonde. Non serve essere esperti di diritto per ricordarle. Enzo Tortora, un uomo distrutto da accuse infondate, è diventato il simbolo di quanto possa essere devastante un errore giudiziario. La sua vicenda non è solo un caso giudiziario: è un monito morale, un promemoria di ciò che accade quando un sistema perde equilibrio. Giovanni Falcone, che pure ha incarnato la parte più luminosa della magistratura, non nascose mai la sua amarezza verso certe dinamiche interne. Parlò apertamente del peso delle correnti, di un clima che ostacolava chi voleva cambiare davvero. E poi lo scandalo che ha travolto Luca Palamara, che ha mostrato agli italiani un volto del CSM che nessuno avrebbe voluto vedere: nomine pilotate, logiche di appartenenza, carriere costruite più sulle relazioni che sul merito. Tre storie diverse, lontane nel tempo e nelle circostanze. Ma unite da un filo rosso: la percezione che qualcosa, nel sistema, si sia inceppato. E quando un sistema perde credibilità, non basta difenderlo. Bisogna ripensarlo. Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine. Condividono formazione, cultura professionale, percorsi che possono incrociarsi. È un modello che ha radici storiche, ma che nel tempo ha creato zone d’ombra. La riforma propone di separare nettamente le carriere. Questo non è un attacco alla magistratura. È un gesto di chiarezza. Chi accusa deve essere libero di farlo con forza. Chi giudica deve essere libero di farlo con distanza. E questa distanza, oggi, non è sempre manifesta. La giustizia non deve solo essere imparziale: deve rappresentare anche l’imparzialità percepita. Perché la fiducia dei cittadini si costruisce anche sulla percezione. Il Consiglio Superiore della Magistratura è un organo fondamentale. Ma negli anni è diventato anche un luogo dove le correnti hanno esercitato un potere che spesso ha superato i confini della fisiologia. Lo scandalo Palamara non è stato un incidente isolato: è stato uno squarcio. Ha mostrato come carriere, nomine e avanzamenti potessero dipendere più da equilibri interni che dal merito. Per questo è positivo introdurre un elemento di sorteggio nella selezione dei membri del CSM. Non elimina la rappresentanza, ma riduce il rischio di cordate, di giochi di potere, di scambi sotterranei. Non è un modo per indebolire la magistratura. È un modo per proteggerla da se stessa, dalle sue derive, dalle sue zone d’ombra. Separare la funzione disciplinare dal CSM non significa punire i magistrati. Significa evitare che chi governa sia anche chi giudica. È una distinzione che esiste in molti ordinamenti democratici e che aumenta la credibilità del sistema. Una Corte disciplinare autonoma non limita l’indipendenza dei magistrati. La rafforza. Perché li libera dal sospetto che le decisioni disciplinari possano essere influenzate da logiche interne. Si teme che la separazione delle carriere possa esporre i PM a pressioni politiche. È un timore legittimo, che merita rispetto. Ma la riforma mantiene garanzie costituzionali forti. E soprattutto introduce un CSM dedicato ai PM, che rafforza, non indebolisce, la loro autonomia. Il Sì non è un Sì ingenuo. È un Sì che ha ascoltato le critiche, le ha pesate, e ha scelto comunque la strada del cambiamento. Votare Sì é credere che la giustizia italiana abbia bisogno di un nuovo inizio. Di un gesto di coraggio. Di un sistema che riduca le zone d’ombra e restituisca fiducia ai cittadini. Non sarà una riforma perfetta. Nessuna lo è. Ma è un cambiamento che va nella direzione giusta: quella di una giustizia più chiara, più trasparente, più credibile. E in un Paese che ha conosciuto le ferite di Tortora, le amarezze di Falcone e le distorsioni emerse negli ultimi anni, non possiamo permetterci di restare fermi.

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